My big mouth

MBM

Un urlo dalla mia boccaccia – che poi se mi poteste vedere nella mia tenuta attuale: pigiama e maglione anti-freddo (dalle cromaticità improbabili), accovacciato sul tavolo della cucina e gatto che ronfa due metri più in la in questa mattinata di dicembre, dove tutto è il contrario di ciò che pensi nel momento in cui lo pensi, beh, se mi vedeste, dicevo, mi prendereste per il culo; almeno un minuto tutti i giorni per il resto della vostra vita. L’urlo dalla mia bocca larga  vuole fare arrivare alle vostre orecchie, passando per i vostri occhi (visto che sto scrivendo), fatti, fattini e fattacci che provengono dal mondi “altri” rispetto a quello musicale. Voglio costruire un dialogo con voi lettori di All Rock: voglio dare giudizi e lasciare commenti, lanciando i miei pensieri sul muro di questa rubrica. Voglio che voi mettiate del vostro: mandatemi al quel paese, io vi ci rimando, ma muoviamoci da questa staticità che ci opprime, stacchiamoci dai nostri preconcetti e mescoliamoci con l’alterità. Gli altri sono tutto ciò che abbiamo“.
In questa pagina ripropongo gli articoli della mia rubrica “My Big Mouth” che potete trovare su sito http://www.allrock.it/.

MY BIG MOUTH #1

Newgrange
Il tumulo di Newgrange da una veduta aerea

Oggi è il 21 dicembre, solstizio d’inverno. Mentre Google c’invita a fare a maglia sciarpe e calzini, noi invece parliamo di Brù na Bóinne, sito archeologico tra le valli irlandesi (quelle indipendenti) e della sua alba invernale. Yo!

 

Prediamo un aereo, magari Aerlingus e non Ryanair che mi sta sulle palle (sono comunque entrambe compagnie low cost), e voliamo tra i verdi prati, le pecore dall’aria sognante (e beh, proprio così), con i loro velli aurei e i pub di legno pregni ed appiccicaticci dalla birra versata tra un brindisi e l’altro; e i banjo, le chitarre, i balli e le sbronze.

Belli paonazzi dirigiamoci ora verso la contea del Meath, a nord di Dublino, direzione Brù na Bóinne : stradine minuscole e tortuose che tagliano valli e spaccano monti immensi, mentre le pecore continuano a sognare e gl’irlandesi a bere… ed ecco a voi il tumulo di Newgrange!

Ebbene si, una tomba. Che cosa vi aspettavate?! Una tomba gigante: 100 metri di larghezza e 9 di altezza; restaurato in epoca moderna, ora assomiglia ad un disco volante della fantascienza targata anni ’50: fa molto “Stargate“.

Il muro di sostegno di quarzite splende di bianco ed il tetto sembra un cappello verde, di quel verde irlandese acceso che rifulge nel sole. Sulle pareti esterne spiccano pietre di granito piccole e tonde dal significato oscuro: cerchi, spirali, archi, figure radiali, a stella e linee parallele sono intagliati su ogni lato, anche quello nascosto. I simboli, infatti, avrebbero dovuto essere visti dagli spiriti dei morti e dalle divinità.

Queste spirali e i cerchi concentrici sono oggetto di varie teorie e fantasie: c’è chi sostiene che rappresentino il movimento delle stelle e che siano legati al cambiamento delle stagioni; altri, che questi segni siano mappe del luogo, di altri mondi o di costellazioni.

Poi c’è  l’immancabile teoria lisergica che noi, ovviamente, sosteniamo. Porteremo avanti questa lotta finché avremo fiato: gli omini del Megalitico si drogavano come topi e vedevano i mostri. Come nelle più belle serate universitarie, studenti stanno su divani sucidi a spippettare weeda, così gli sciamani con collane di dentini, durante i “rituali” – festini, vedevano spirali e cerchi concentrici e li riproducevano.

– Stop, cambio inquadratura! –

Entriamo ora nel tumulo: un corridoio stretto stretto e basso e buio, claustrofobico, si apre in una più ampia camera oscura; il soffitto s’innalza a formare una spirale di pietra: ben diciassette lastre sorreggono il tetto; sembrano posizionate alla ben’ e meglio, ma resistono intatte da 5000 anni, ben 500 in più delle piramidi di Giza e 1000 più di Stonehenge.

Voltiamoci ora, nel buio, nella direzione da cui siamo venuti: è il 21 dicembre, solstizio d’inverno; sono appena passate le nove del mattino e da un pertugio posto sopra l’ingresso principale incomincia a far capolino, timida, una luce fioca.

Cresce, si rafforza, penetra ed inonda il loculo dove siamo nascosti ad ascoltare i nostri respiri pesanti. Il raggio cammina e si divide in 2 più piccoli: uno scivola sul pavimento, mentre l’altro scorre a metà altezza, fino a congiungersi in fondo alla sala.

Colpiscono una pietra con su inciso il simbolo della triplice spirale, che accende, come una scintilla l’erba secca, l’intera camera di luce. E’ rinascita, è vita.

Concludo qua: ho voluto raccontarvi qualcosa di magico – almeno per me è così – in questa mattina fredda di dicembre. Quando tutto mi sembrava grigio, una scintilla… perché non condividerla? ho pensato.

 

MY BIG MOUTH #2

 

Un primo e sensazionale documento sulla battaglia che i nostri compatrioti debbono affrontare durante ogni soggiorno in territorio foresto: precisamente, il tragico impatto con l’estranea usanza del non pulirsi i più intimi orifizi con acqua e sapone!

Ecco la partenza.

Uomini. Donne. Bambini. Si accingono alla difficile impresa con fredda determinazione ed altissimo spirito combattivo!

Verso il nemico!

Verso il nemico!
Verso il nemico!

La camera d’albergo: ci sono tutte le comodità. Televisore LCD FULL HD TVs, frigo con le migliori prelibatezze, pantofole in pelle modello Inuit, “gianduiotto” sul cuscino: l’accoglienza estera sembra essere impareggiabile!

Ad un tratto, l’esperto viaggiatore italico – già sull’uscio della porta – ritarda i suoi passi e arresta il suo incedere: gli spostamenti hanno mosso in lui alti desideri e necessità!

Un brivido. Una lama gelata scorre lungo la sua nuda schiena. Sobbalza.
Il sudore si raffredda sulle tempie e la bocca diventa secca di quell’arsura che solo nelle più afose giornate di agosto, durante un’inspiegabile passeggiata lungo i sentieri delle cinque terre battuti dal sole riflesso nelle rocce, solo in quei giorni la lingua s’appiccica così mollemente al palato.

La lingua, esatto. Devèn, tremando, muta e li occhi no l’ ardiscon di guardare: la latrina!
Il nostro compatriota vi s’addentra. Necessità, virtù! E il nostro popolo n’è fiero portatore.
Risuonano ancora i fasti dell’Impero nelle orecchie italiche: non sarà l’altrui usanza a fermare le intestine e il colon, discendenti di Agrippa!

Sciagurato barbaro puzzone! Il bagno senza bidet! Il cuscino con il cioccolatino, ma il bagno senza bidet!

Italiani! Di terra, di cielo e di mare, che si adoperano ingegnosi, figli della loro terra, per lavar i sacri deretani: docce capovolte, schiene chine e sederi alzati! Alla faccia dello straniero che chiacchiera e stringe mani a destra e a manca – sornione!- conscio del suo stato d’incrostazione.

Ma quando, dove e come nasce il bidet? E perché nel nord Europa è uno strumento oscuro? Perché gli inglesi danno più importanza alla “morbidezza” dei cuscini che alla presenza di un bel lava-di-dietro!?

Eccovi accontentati.

Il bidet nasce in Francia tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo: la prima testimonianza certa risale al 1710, anno in cui il probabile inventore, Christophe Des Rosiers, lo installò nella reggia di Versailles.
In realtà il bidet rimase del tutto inutilizzato dai pronipoti di Vergingetorige: nella dimora del re, pensate, esistevano cento bagni, ma furono dismessi tutti in una decina di anni.
E’ noto che i francesi non siano proprio degli orsetti lavatori e che il loro “Sole” regnante avesse un rapporto con l’acqua simile a quello del vostro gattino: si narra che Luigi XV si sia lavato solo tre volte in tutta la sua vita, e sia chiaro, non con acqua, ma con pezze intrise di aceto e unguenti!
Teniamo presente che il Settecento è stato un secolo un tantino avverso all’igiene personale: credenze religiose (e perfino mediche) convincevano le persone che fosse peccato lavarsi perché questo costringeva a guardarsi e toccarsi parti del corpo peccaminose. Addirittura l’illuminato Diderot (1768) spiegava alla figlia quali fossero i dettami del decoro, sottolineandole “la necessità di celare a se stessi quelle parti del corpo la cui vista potesse indurre al vizio”.

Il nome del nostro mobile da bagno preferito ha un etimo altrettanto particolare: bidet significa letteralmente “piccolo cavallo” e deriva dalla parola bider, cioè “trottare“. Capirete di certo il perché: la posizione che si assume durante il suo utilizzo ricordava ai nostri “cugini” una bella “cavalcata”. Eh già…

Andiamo avanti con la storia, è importante!

Nella seconda metà del 1700 troviamo il primo bidet utilizzato in Europa.
Siamo in Italia, alla corte dei regnanti delle due Sicilie: stufa del prurito e avveduta seduttrice, la Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, decise che fosse giunto il momento di dare una svolta alla freschezza delle sue parti intime e commissionò la costruzione di un bidet per il suo bagno personale nella reggia di Caserta.
Dopo l’Unità d’Italia, i soldati sabaudi fecero l’inventario di ciò che trovarono nella reggia borbonica: “oggetto sconosciuto a forma di chitarra” fu la definizione italiana per il bidet!
Immaginatevi i soldatini alle prese con quel nuovo strumento: chi si specchiava nell’acqua, chi beveva e chi tentava di suonarlo!

Procedendo nel nostro viaggio ne tempo, arriviamo al 1900: durante l’età vittoriana, con l’avanzamento tecnologico delle tubature, il bidet, assieme al vaso da notte, divenne strumento utilizzato nella stanza da bagno e non più in camera da letto. Grazie a Dio, qualcuno con un cervello!

Il bidet dovette – ahimè! – passare anni bui e difficili: utilizzato dalle prostitute dopo rapporti sessuali, era visto come eliminatore del seme e venne condannato come parte delle pratiche anticoncezionali malviste dalla chiesa. Che lungimiranza!

Storia a sé l’esperienza del bidet in America e in Inghilterra.
Agli inglesi il bidet non è mai piaciuto. “Per l’inglese” – afferma Lawrence Wright in “Civiltà in bagno” – “il bidet ha sempre avuto una cert’aria di sconvenienza continentale, e non è mai stato accettato del tutto”. Alla fine dell’Ottocento si poteva vedere (e raramente) solo nei progetti delle dimore più prestigiose, e al tempo della stampa del libro (1960) era scarsamente presente nelle abitazioni private. A distanza di 50 anni sappiamo non essere cambiato nulla.

Il popolo americano deve avere avuto la stessa cattiva impressione inglese, perché conobbe il bidet durante la seconda guerra mondiale frequentando i bordelli europei.  Per lungo tempo quindi il sanitario è stato inteso come “strumento di lavoro” per le prostitute, che serviva a garantire una certa igiene e ad evitare (secondo alcune credenze) le gravidanze indesiderate. Il passare dei decenni non deve aver cambiato nulla. L’americano medio non conosce l’uso del bidet e – anzi – prende spesso in giro questa “strana” usanza.

Italiani siate consci allora della vostra superiorità! Le nostre virtù e la nostra igiene battono di gran lunga quella delle altre nazioni! Perché la rinascita di un paese parte, soprattutto, da un culo ben pulito!

Cheers!

MY BIG MOUTH #3 
 
Pompei lupanare
Lupanare di Pompei insula VII
Oddio! Una settimana nel nuovo anno… cosa faccio? Che cosa ho fatto prima? Crisi d’ansia.
Beh, di sicuro mi ricordo di aver fatto il liceo classico! Non ne capisco ancora il motivo, ma l’ho fatto…‹‹Ogni mattina una gazzella si sveglia, già morta… ›› – come direbbe Aldone Baglio – e così noi, cerebro defunti dai colori nefasti delle vesti – leggetelo tutto d’un fiato -, scendevamo il viottolo umidiccio e scivolosetto per entrare nel lattone del Repetti, Fossola, Carrara, (MS).
Dicevo: non capisco perché l’abbia fatto, ma so bene che per sopportare la noia mortale del greco antico – a quell’età è terrificante, almeno per i medio-QI come me; per sopportare, quindi, e non morire soffocati dalle lingue morte e dal modus operandi di quel istituto d’igiene mentale, noi poveri fanti grigi giocavamo sui e con i miti e si facevano gag sulla scia delle novelle raccontate dall’aedo di turno. ‘Mmazza che figata! Vero? Comunque, tralasciando le gloriose gesta, ho deciso (grazie al consiglio di una personcina molto speciale e NERD mitologica) di allietarvi con storielle (miti in realtà) nella quali sarà grande protagonista, padrone delle scene e filo conduttore, Lui. Si! L’AMORE!
Ecco. Vi saranno cadute le palle; fidatevi pero’! Non racconterò di Scamarcio e della moretta in motoretta e i metri di caxxi loro, ma di incesti e uxoricidi, di uomini che vanno con animali (animale) e donne che non stanno di certo a guardare! Di trasformazioni e mille ordimenti. Tutto per farsi ‘na chiavata!Partiamo allora con un antipasto leggièro leggièro…Il nostro protagonista è Tiresia, il Tebano: gli antichi mettevano sempre il luogo di nascita, o comunque di residenza, affianco al nome; un po’ perché si chiamavano tutti allo stesso modo e un po’ per ricordare a sè e agli altri da dove venissero. Ad ognuno le sue…
Il nostro caro Tiresia stava passeggiando, beatamente, tra i viottoli del monte Citerone. A dover di cronaca, devo informarvi che alcuni sostengono che fosse sul monte Cillene in Arcadia. Altra usanza greca, infatti, era quella di disquisire su tutto: se un tizio ad Atene avesse detto che Caio fosse morto per cause naturali, potevate stare certi che un altro Tizio, il Tebano ( ricordatevi di mettere la provenienza!), avrebbe sostenuto che fosse morto a causa di un fulmine scagliato da Zues! Dei rompi palle infiniti, insomma.
‘Sto Tiresia, insomma, se ne andava bel bello su per un monte: ed ecco due serpentacci ad accoppiarsi! Guardate come si intersecano, sguillano, si annodano… bah!
Comunque, Il nostro Tiresia non perse occasione e sbam! Una bella bastonata per dividerli. Direte: ma perché ha dovuto rompere i beneamati a questi due poverelli in altre faccende affaccendati? Perché nell’antichità si credeva che assistere all’accoppiamento di due serpenti fosse di cattivo auspicio. Avete capito bene. Evidentemente, loro uscivano di casa e incespicavano in milioni di serpenti intenti ad accoppiarsi. No, perché sennò non si spiega: avete mai visto serpenti trombare?! Vabbè, andiamo avanti. Nel separarli, il buon Tiresia, colpì il serpente femmina e lo uccise: non l’avesse mai fatto! Come d’incanto si tramutò in donna. E donna rimase per ben sette anni, fino a quando incontrò un’altra coppia di serpenti intenti ad amoreggiare: memore della volta precedente la signorina Tiresia colpì il biscione maschio e riprese viril sembianze.Ora viene il bello.

Essendo l’unico essere (mortale o immortale che fosse) ad aver avuto una simile esperienza, un giorno Tiresia venne interpellato da Zues e da Era che, come spesso accadeva, stavano litigando.
Immaginatevi la scena: Zeus tutto coccoloso, forse in preda al rimorso per le sue numerose scappatelle, prepara una bella cenetta alla cara mogliettina. Una volta a tavola, i commensali conversano amabilmente, si pascono d’ambrosia e bevono. Bevono troppo: scoppia la litigata! Un classico.
Oggetto della contesa: chi prova più piacere durante l’atto sessuale? Gli uomini o le donne? Un altro cult…
L’unica persona che potesse rispondere con cognizione di causa era il buon Tiresia, che nei sette anni da donna ne aveva presi più che una rete da uccellagione.

Chiudo e lascio a voi le parole del Tebano! Che siano di monito e che vi accompagnino! Uomini, ricordate il buon Manzoni che diceva ‹‹liberi non sarem se non siam uni! ››; quindi, stringiamoci nel dolore e facciamoci forza. Ecco a voi Tiresia, la bocca della verità:

‹‹ Dividendo in dieci parti il piacere che l’accoppiamento provoca, l’uomo ne prova una parte, la donna nove››.

Ps: Era s’incazza come una belva; Tiresia aveva svelato un segreto che le donne si guardavano bene da rivelare, e per punirlo lo priva della vista! Capito la merdaccia?! Zeus, solidale con Tiresia, interviene e gli concede in dono la divinazione e la possibilità di vivere ben sette generazioni. 1 a 1 e palla al centro.

 

MY BIG MOUTH #4

Doctor Gonzo - Fear and loathing in Las Vegas
Doctor Gonzo – Fear and loathing in Las Vegas

Oh! Quelle serate dai vetri appannati: 35 gradi in casa e magliette a maniche corte; meno 10 e nebbiun, fuori: la Milano di tutti i giorni. Non proprio da bere. Quante sere in pigiama, rilassati dal caffè e da una sigaretta che fuma, lentamente; dopo una pizza spazzatura, mentre si vede TV spazzatura. Spazzatura.Scenario “bucolico”: immaginatevi pose plastiche sdraiate su divani dai teli sgualciti; una chitarra che suona piano ed una tv che parla troppo forte. Bene, questo quadro verrà presto distrutto da un animaletto simpatico quanto assillante: la Scimmia. Il primate che coglie, volente o nolente, ed accompagna per mano il 90% dei ragazzi della fascia d’età 18-25 anni.

Si scendono scale infinite – te, la scimmia e i tuoi coinquilini – si percorrono strade che si allungano per una città diversa da quella che si vedere di giorno: silenziosa umida illuminata; luci dei lampioni ed insegne dei locali ancora aperti. E’ una città romantica, che si popola di soggetti diversi, o, meglio, figure che nel diurno non si noterebbero. Il freddo punge il naso che cola, la mani non possono fumare perché hanno perso la loro mobilità; le gambe – beh le gambe impavide, ma anche molto coperte – vanno da sole, o meglio, con l’aiuto dalle chiacchiere più idiote, ma assolutamente necessarie, fatte con i tuoi compagni di gita.Sembra un bel quadretto vero? Una bella passeggiata in una delle Città Invisibili di Calvino (leggetelo)! Forse una due tre volte: poi bà! Poi cominci ad odiare il freddo, l’umido, il vento, i soggetti invisibili e tutto il corollario!

A questo punto vi sarete chiesti cosa va blaterando questo: perché ragazzi di quell’età, studenti fuori sede, debbano uscire dalla loro calda cuccia e inoltrarsi nella gelida città.

La risposta risiede sempre in quell’animale che più di tutti ci assomiglia: il Primate che giace sulle nostre spalle! Ti accompagna fuori mano per la mano, sgarrandosi e descrivendo scenari ancor più divertenti.

Tutti insieme! Tu, la scimmia e i coinquilini! E si va per la città, per i parchi londinesi dalla nebbia fitta come banchi di sardine nel mar Baltico; per strani figuri che parlano la tua lingua in trecento modi diversi: c’è il gutturale, c’è chi si mangia le consonanti e chi le vocali; sei amico di tutti in quei pochi minuti, ma hai una caga che non finisce più perché sei di paesello e questi nel sacco ti ci mettono quando vogliono.

Sei pinocchio nel paese dei balocchi, quando però diventa il paese da cui fuggire a gambe levate.

Cazzo di Scimmietta! Ma com’è carina!? E poi immaginatevi, invece, la Carogna appollaiata nell’eventualità non si segua l’amica primate! Oh, quante sensazioni discordanti! Quanti interrogativi!?

Poi cosa odono le mie orecchie?! Cosa checcosa!? Infusi di noce moscata…

La noce moscata, vostre signorie, oltre ad essere un’ innocua spezia usata in cucina dalle massaie di tutt’Italia sarebbe anche un potente allucinogeno! Che bello trovare queste cose che sanno di casa per risolvere in modo genuino le serate sopradescritte! Quanto freddo evitato! E che risparmio! Ora vi racconto cosa ho trovato (poi, magari, sono cascato dal pero e lo sapevate già tutti).

La noce moscata e’ il frutto della Myristica Fragrans, della famiglia delle Myristicaceae, originaria delle isole Molucche. Frutto piriforme si apre a maturità in due valve che mettono in luce un arillo scarlatto che, a sua volta, avvolge un seme: la noce moscata propriamente detta.

Conosciuta nel medioevo come sostanza di tipo terapeutico, la noce in questione era ricercata per le sue qualità afrodisiache per cui, ancor oggi, è conosciuta sia nello Yemen, sia in India.

In Malesia viene utilizzata, inoltre, per curare le malattie del sistema cardiaco e le insufficienze renali.

Nella farmacopea tradizionale la noce moscata rientra in diverse ricette: mezzo grammo di questa sostanza, mezzo di chiodi di garofano, cardamono, macis, cannella, gengevo e erba galanga, il tutto tritato e sciolto in tre quarti di litro di alcol. Si lascia riposare il composto per una notte e si ottiene così un infuso che rafforza la memoria, l’intelligenza e che favorisce buon umore.; se, invece, viene mescolata con 50 grammi di cannella, sei grammi di bettonica, 5 cento grammi di miele e un po’ di menta, in tutto amalgamato per bene in un mortaio, si avrà una ricetta contro i dolori da gravidanza e le doglie, sempre che se ne beva un cucchiaio alla sera e uno alla mattina.

Non ve ne fregava nulla, ma due cosine andavano dette. Andiamo al sodo, perché ha effetti allucinogeni? La risposta risiede in questi due composti: l’acido mistrico e l’elemicina.

Le strutture chimiche dei due sono, come per la mescalina, simili alla noradrenalina o alle amfetamine di sintesi, mentre gli effetti sono più simili a quelli dell’LSD.

Bene , bravo! Hai fatto il piccolo chimico: ma come funziona sta roba? Beh, per ottenere gli effetti da voi desiderati ed osannati bisogna, effettivamente, fare la massaia e mettersi ai fornelli!

Macinate almeno due noci moscate e usatele per farvi un bell’infuso. Magari alle 05.00 pm con due biscottini al cioccolato.

La causa che scatenerebbe le allucinazioni sarebbe, come spesso accade, una forte intossicazione del sistema nervoso (poi se c’è qualche medico che volesse correggere e spiegare meglio siamo qua apposta!)

Lo squaraus (disturbi intestinali), dicono, è quasi assicurato quindi preparatevi il servizio buono da thè, adagiatelo su di un bel carrellino e fatevi il vostro viaggetto comodamente seduti sul cesso di casa vostra. Le pareti sono limiti labili per chi naviga nella pische!

Cheers!

 

 

 

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