ALLARME STAMPA SEMPRE MENO LIBERA Per fortuna abbiamo il calendario

cover Freedom house
La cover del report di Freedom house sulla libertà di stampa

Il 3 maggio scorso, come ogni anno dal 1991, era la giornata mondiale dedicata alla libertà di stampa. Qualche giorno prima, il 29 aprile, era stato pubblicato un report dettagliato (ho messo il link: andate a leggerlo) di Freedom house, che informava sulle condizioni di salute proprio della libertà di stampa nel 2014 a livello internazionale. 

E’ emerso che non se la passa troppo bene. Meno male, allora, che abbiamo imparato ad usare il calendario, viene da pensare. Per fortuna ci sono quei giorni dell’anno ai quali abbiamo appioppato la funzione di promemoria universale di valori e diritti “inviolabili”.

Per fortuna, dicevo, perché come potrebbe, altrimenti, ognuno di noi ricordare l’importanza di un diritto fondamentale come quello della libertà di manifestazione del pensiero? Presumibilmente, lo scorderemo. E come farebbe questo diritto a difendersi da attentati e da restrizioni che quotidianamente gli vengono indirizzati? Ecco, questo è certo: non fa, semplice.

Con questo non voglio dire che le giornate della memoria, o del ricordo o di quello che volete siano sbagliate. Non è questo il punto. I principi ed i valori per cui sono nate sono giusti e sacri e vanno difesi, sempre. Non sto, d’altro canto,  a dilungarmi circa l’ipocrita “sensibilità a gettoni” che capi di Stato e di Governo ci sciorinano durate queste occasioni. È l’annuale pulizia del volto per farsi belli all’opinione pubblica. Manco fossero dall’estetista. Il problema vero, dicevo, sono gli altri 364 giorni dell’anno. 

Il 29 aprile Freedom house ha pubblicato il rapporto (che ho citato all’inizio) sulle condizioni, a livello mondiale, della stampa. Prima riga: “Nel 2014 la libertà di stampa ha raggiunto il punto più basso degli ultimi dieci anni“. Ma non se n’è accorto, quasi, nessuno. 

Secondo quanto riportato dall’ong, a livello internazionale “i giornalisti si trovano ad affrontare sempre più pressioni e restrizioni da parte di governi, attivisti, criminalità ed editori con interessi politici ed economici. I governi hanno sfruttato le leggi per la sicurezza e per la lotta al terrorismo come pretesto per mettere a tacere tutte le voci critiche, mentre i gruppi di pressione e le gang criminali impiegano tattiche sempre più meschine per intimidazioni ai danni di giornalisti e i proprietari dei media tentano di manipolare il contenuto delle informazioni per i loro fini politici o economici”, ha spiegato la coordinatrice del rapporto Jennifer Dunham.

Sui 199 paesi passati in rassegna, 63 sono ritenuti “liberi” sul piano dell’informazione mentre 71 vengono descritti come “parzialmente liberi” e 65 “non liberi”. Questo equivale a dire che soltanto il 14 per cento degli abitanti del pianeta vive in un contesto di libertà di stampa, il 42 per cento con una stampa parzialmente libera e il 44 per cento con una stampa non libera. 

La situazione statunitense è peggiorata nell’anno trascorso a causa degli arresti e dei maltrattamenti inflitti ai giornalisti dalla polizia durante le manifestazioni a Ferguson, in Missouri, per protestare contro luccisione di Michael Brown, un ragazzo nero di 18 anni, da parte di un poliziotto. Mentre l’Italia – in un contesto europeo generalmente positivo – viene tutt’oggi considerata un paese “parzialmente libero”, soprattutto a causa dei conflitti di interesse rilevati in diversi gruppi editoriali.

Il caso Italia

Se informassimo delle sorti della nostrana libertà di stampa un bambino, questi subito domanderebbe: “E perché siamo così scarsi?” E forse constaterebbe che a lui non sembra, anzi: i giornali in edicola ci sono, li vede ogni mattina prima di andare a scuola, e sono svariati. Alla televisione i telegiornali ci sono e sono svariati. E tanti sono i canali ed i servizi offerti dalle reti Tv. 

La domanda dell’infante è legittima; senza fronzoli, come la farebbe, appunto, un bambino. Le considerazioni legittime, forse un po’ superficiali. Come le farebbe, giustamente, un bambino. Cerchiamo allora di dare la risposta alla domanda e di andare un pochino più in profondità nella questione. 

Le cifre e i colori

Freedom of the press
La mappa della libertà di stampa nel mondo secondo Freedom house: in verde
i paesi “liberi”, in giallo quelli “parzialmente liberi” e in viola quelli “non liberi”.

Il nostro Paese resta, in termini di libertà di informazione, 65° su 199 ma, soprattutto, nella schiera degli Stati che Freedom House definisce “parzialmente liberi” in termini di libertà di informazione.

L’unica buona notizia è che, dall’ultimo aggiornamento, abbiamo mantenuto invariata la posizione. Non siamo scesi, ancora. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, come il nostro Presidente del Consiglio insegna, questo è l’unico dato positivo riscontrabile. Non proprio la #voltabuona insomma.

Quello che è più angosciante è il dato relativo al contesto Europeo: siamo al 30esimo posto su 42 Paesi. E il vecchio continente risulta la zona con la più altra concentrazione di Stati in cui la liberà di stampa è presente e  tutelata: è libera, in termini di libertà di informazione, il 66% dell’Europa e sono liberi oltre 400 milioni di cittadini europei.

Non sto a fare l’elenco delle Nazioni che sono davanti a noi in classifica e neppure di quelle che sono dietro per evitare classificazioni e paragoni di “ghisa” alla Salvini. Che non servono a un tubo.

Se si guarda la cartina la distinzione appare ancora più netta. In un continente “verde”, paladino della stampa libera, eccoci li: noi siamo i “gialli”. Quelli malaticci; la via di mezzo. 

“Perché siamo così scarsi?”

Chiedeva, prima, il bambino appena saputa la notizia del nostro ottimo piazzamento a livello mondiale. Le motivazioni che si possono dare sono tante: a partire da quello che ieri (4 maggio 2015, ndr) ha detto anche Matteo Renzi

“In Italia il capitalismo di relazione ha prodotto alcuni effetti decisamente negativi: è il momento di mettere la parola fine a un sistema basato più sulle relazioni che sulla trasparenza e sul rapporto con il mondo che sta fuori e chiede più dinamismo e trasparenza”.

E ancora: “Il sistema di relazioni in cui giornali, banche, fondazioni e partiti politici hanno pensato di andare avanti tutti insieme discutendo tra loro è morto”.

Tralasciamo il fatto che Renzi dice tutto questo, salvo poi aver piazzato negli ultimi mesi tanti cari amici nei cda delle partecipate pubbliche come Enel, Finmeccanica ed Eni per citarne alcune (tra le 13 interessate…).

A parte questo, dicevo, uno delle cause della nostra non libertà di stampa è la mancanza di editori puri. Una costante nel nostro Paese, fin dagli albori del giornalismo nostrano. A parte qualche felice eccezione, i padroni dei giornali sono stati e continuano ad essere i titolari di grandi industrie o gruppi d’interesse. Andate a vedere chi possiede il Corriere della Sera o La Stampa (ho messo il link). Senza parlare di organi di partito come Il Giornale.

Viene da sé che i giornali, privi da tempo di direttori seri che siano anche custodi del proprio giornale (vedi Indro Montanelli), seguiranno le direttive imposte dall’alto. L’alto a sua volta inciucia con la politica, se non è già della politica. In un gioco dell’oca senza fine: altra prassi italiana che affonda le radici nei secoli dei secoli. 

Se, a tutto questo,  si aggiunge quel senso di orticaria che i nostri politici hanno sempre avvertito al contatto con alcune forme, rare, di libertà d’espressione: beh, allora facciamo tombola! Basti pensare al “diktat bulgaro” del 2002 con il quale  Silvio Berlusconi caldeggiò l’ipotesi di levare dalle scatole giornalisti del calibro di Enzo Biagi e Michele Santoro e l’autore satirico Daniele Luttazzi. Cosa che poi avvenne. 

Ma senza andare troppo indietro nel tempo, ricordiamoci dell’ultima trovata inserita nel testo di revisione della normativa antimafia. La bozza (Nicola) Grattieri, dal nome del presidente della commissione, prevede ampi poteri di intercettazione per i magistrati, anche per le lettere inviate per posta e le riprese video in ambiente domestico, ma anche il divieto per pm e giudici di inserire intere conversazioni nelle richieste (di arresto o di altre misure) e nei provvedimenti (eccetto le sentenze). E soprattutto introdurrebbe una nuova specie di reato, questo: reclusione da due a sei anni e la multa da 2mila a 10mila euro in caso di  la pubblicazione arbitraria delle intercettazioni.

Un altro tentativo di bavaglio, l’ennesimo dopo quelli tentati negli ultimi dieci anni prima da Mastella, poi da Alfano e adesso dal tandem Renzi-Alfano (immancabile Angelino). Un tentativo che si rivela subito come sbagliato e inutile. Perché i criteri di notiziabilità li fanno e sono dei giornalisti e del lettore. Perché, come ricorda il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio,il 99% delle intercettazioni pubblicate in questi anni non c’entrava nulla con la vita privata e c’entrava molto con i profili penali e con quelli morali di personaggi pubblici della politica e dell’economia“.

Intercettazioni che si sono rivelate fondamentali per smascherare ruberie e mascalzonate di marïòli di ogni genere. Che ora, altrimenti, sarebbero al loro posto. E spesso sono politici. “E in ogni caso – continua Travaglio – anche se certi atti non fossero subito depositati, lo sarebbero in seguito nell’udienza davanti al gip per la loro distruzione, previa ostensione agli avvocati, che potrebbero farne copia e passarli ai giornali. E a qual punto, anche se segreti, sarebbe doveroso pubblicare quelli di interesse pubblico”

Ma sopratutto la Corte di Strasburgo (che è la corte europea per i diritti dell’uomo) ha stabilito che non si può punire il giornalista che pubblica documenti autentici, anche violando una legge del suo paese.

Perché non approvare, invece di queste schifezze, una legge che difenda la libertà di stampa, che depenalizzi il reato di diffamazione e che segua la linea dettata da Strasburgo? Ed è solo una tra le tante proposte che si potrebbero avanzare.
Ma non ci piace il colore verde evidentemente. Meglio il giallognolo, magari maculato. Come un gattopardo.

P.S. Notizia di ieri, 26 giornalisti dell’Unità saranno chiamati a risarcire tutti quelli che hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati. Riporto uno stralcio di un articolo uscito su Internazionale scritto da Alessandro Leogrande:

Dopo la chiusura del giornale, la società editoriale (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Pd, partito di riferimento che vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un problema. 
In base alla legge sulla stampa, una causa di risarcimento danni coinvolge tre soggetti: autore dell’articolo, diretto del giornale e e l’editore. Ma se il terzo soggetto, che dovrebbe garantire i primi due, viene meno, giornalista e direttore si trovano esposti all’azione giudiziaria. In questo caso,  dopo un pronunciamento di primo grado giornalisti e gli ex direttori sono chiamati a pagare una cifra che s’aggira intorno al mezzo milione di euro. 

Come sottolineato dalla Federazione nazionale della stampa, quello che sta succedendo agli ex giornalisti dell’Unità, nel silenzio della politica, è la spia di una crisi molto più profonda. 

Negli ultimi anni sono decine le testate che hanno chiuso e ancora di più gli editori che sono evaporati, lasciando le redazioni non solo senza lavoro ma anche esposte al rischio di cause simili. Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi. 

Ma in un mondo dell’editoria disarticolato, rischia ora di crearsi un effetto perverso. I giornalisti sono esposti direttamente ai pignoramenti, a dover risarcire somme che non metterebbero insieme neanche in cinque-sei anni di retribuzioni, qualora non siano in grado di difendersi e farsi difendere adeguatamente nei processi. Unendo tutto ciò alla riduzione del numero di testate ancora solide, il panorama che ne viene fuori appare sempre più asfittico”.

Fate vobis. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...